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venerdì 28 giugno 2013

Caro diario

Caro diario,
sapessi quanti pensieri mi ronzano per la testa, sapessi quante emozioni spesso in contrasto mi affliggono, rendendomi la vita così instabile.
Con la persona a cui tenevo e ancora tengo di più sta andando tutto a rotoli, non so più neanche se posso considerarla un’amica, e poi anche gli altri mi stanno lasciando, non so cosa sta succedendo, so solo che anche io vorrei abbandonare me stesso, fuggire da ciò che sono.
Domani parto, e per due mesi non vedrò più queste persone a cui sono così legato ma che mi fanno anche soffrire molto.
Vorrei non sentirli neanche durante queste vacanze, voglio isolarmi, voglio poter riflettere e capire cosa è giusto fare, voglio capire se mettere un punto al posto di tutte queste virgole o punti e virgola messi in un lungo elenco di delusioni.
Adesso spero di riuscire a farmi compagnia con me stesso, spero di riuscire a non sentirmi solo, spero di riuscire a eliminare questo desiderio di fuggire da tutto e da tutti, soprattutto da me stesso.


Carlo

giovedì 27 giugno 2013

Che poi scrivere diventa un vero e proprio bisogno, alla sera, nel silenzio, per riscoprire se stessi, per trovare un amico che ti ascolti senza interromperti.

martedì 25 giugno 2013

La panchina


Era una mattina di primavera, anche se il tempo grigio, ricordava qualcosa di autunnale. Complice il freddo mattutino che ancora faticava a staccarsi dalla notte, le acque del fiume lentamente dondolanti, come scosse dal vento. Le foglie, confuse con qualche cartaccia. E c'era la tranquillita' della citta' ancora dormiente, le luci flebili del giorno in arrivo. Il silenzio, rotto a malpena dai tui passi quando oramai eri vicino. Ti sedetti quasi sul bordo della panchina, il tuo cane annusava il territorio attorno a noi. Sapevo che avevi gli occhi lucidi. E io egoisticamente non ti guardavo apposta, volevo sorridere immersa nei pensieri e inquell'attimo mio, ancora per un po'. Fu il nostro primo silenzio insieme.
-MONY MONICA

"Che razza è?" Sapevo bene di quale razza fosse quel cane, ma era una buona scusa per attaccar bottone. "E' un setter inglese. Si chiama Matilda, come la protagonista del libro di Roald Dahl". Finalmente avevamo iniziato a parlare. La sua voce era forte ma lasciava trapelare un filo di insicurezza, forse la timidezza. "Oh, è stato uno dei miei libri preferiti quando ero piccola, chiamai la mia gattina Matilda!Comunque piacere, io sono Marika". Non so se fu solo una mia impressione ma mi sembrò che gli luccicarono gli occhi. "Piacere mio, Antonio. Che bel nome Marika!". "Grazie" sussurrai timidamente, mi sentii arrossire, spero non sia successo. "Ti ho già vista altre volte sempre seduta su questa panchina, a quest'ora. Cosa ci fai tutta sola così presto in un posto sperduto?" finalmente aveva iniziato la conversazione. "Sì anche io ti ho già visto, io vengo qui perchè è un luogo che mi ricorda la mia infanzia, specialmente le mie vacanze in montagna dai nonni. Vengo così presto perchè sono abbastanza mattiniera, mi piace vedere il sole ancora basso all'orizzonte, di solito leggo." Risposi facendo un salto nel passato, felice che mi avesse notato e che si ricordasse di me.
"hai detto che ti piace leggere?" "Sì, mi piace molto, i libri sono i miei più grandi compagni di vita". Oddio ora mi avrebbe preso per una stupida asociale che passa tutto il tempo a leggere! "E' la verità, i libri sono capaci di confortarti meglio di come saprebbe fare un amico". Ok sapevo che non mi aveva presa per un'ossessionata. "Ti piacerebbe leggere qualcosa di mio?" così interruppe i miei pensieri. "In che senso? Sei uno scrittore?" "Scrittore, diciamo che più che altro ci provo, ma non ho ancora pubblicato". Ora capivo cosa mi affascinava di lui, era quell'aria spensierata ma quasi misteriosa che hanno gli scrittori. "Certo mi piacerebbe molto!" "Bene, allora a domani, ci ritroviamo sempre qui alla stessa ora come sempre no?" "Qui come sempre". Non si sarebbe potuto definire un vero e proprio appuntamento ma per me lo era. La mattina seguente prima di uscire feci una doccia e mi sistemai nel modo migliore, misi anche un tocco di rossetto, cosa che non facevo mai; uscii e mi incamminai piena di felicità. Quando arrivai lì lui era già seduto sulla panchina e stava leggendo dei fogli, aveva dei grandi occhiali che gli contornavano gli occhi neri. "Buongiorno" dissi avvicinandomi. " Oh buongiorno, scusa se non mi ero accorto del tuo arrivo, stavo rileggendo qualcosa intanto che aspettavo" "Tranquillo, anzi scusami te se ti ho fatto aspettare" "Nessun problema, non sei in ritardo, sono io che sono arrivato in anticipo perchè avevo voglia di rivederti"
Da quel giorno i due si diedero appuntamento quotidianamente, si incontravano alla stessa ora, si sedevano sempre sulla stessa panchina e parlavano un po' di tutto, di libri, di animali, della vita e della loro storia.
Un giorno poi, finalmente, Antonio chiese a Marika se le andava di andarsi a mangiare una pizza insieme; naturalmente Marika, che non aspettava altro, confermò immediatamente l'appuntamento ma cercando di nascondere il più possibile la sua gioia e la sua emozione.
Qualche sera dopo si ritrovarono. Il locale dove l'aveva portata era davvero carino, era tranquillo, immerso dalla natura e ricco di quadri e fotografie, qualcosa che la ragazza ammirava molto.
Le regalò un tulipano bianco, lei non ne sapeva il vero significato, ma lo apprezzò molto, i tulipani erano i fiori preferiti della madre e era praticamente cresciuta tra quei fiori.
Fu una serata strepitosa nella sua semplicità, parlarono, mangiarono, ma rimasero anche molto in silenzio guardandosi negli occhi. Ognuno dei due in quelli dell'altro vedeva un'esplosione di sentimenti, di emozioni, di sensazioni, in quegli occhi poteva vedere la vita, poteva ammirare la nascita di un amore.
Tornata a casa Marika si buttò sul letto felice come non mai, continuando ad annusare il profumo di quel dono che Antonio le aveva fatto. Più tardi si ricordò di avere un libro sui fiori, così andò alla ricerca del tulipano, diceva che è simbolo di amore puro...
I due continuarono a vedersi tutte le mattine, quella panchina era diventata il loro nido d'amore, ma un amore che non decollava. Nessuno dei due aveva il coraggio di dichiararsi, ma si leggeva nei loro occhi che la loro non era semplice amicizia.
Intanto Antonio stava lavorando a un nuovo romanzo, "Parla di una storia d'amore" era tutto ciò che aveva svelato a Marika, non le aveva detto che era ispirata alla loro situazione.
Ci lavorò a lungo, soprattutto di notte quando pensando a quei capelli, a quegli occhi, a quelle labbra, non riusciva a prendere sonno. Nel giro di pochi mesi l'aveva terminato e ricontrollato. Restava solo da inviarlo ad un editore. Scelse accuratamente la casa editrice con cui tentare e quasi senza speranze lo spedì. Passavano i giorni, passavano le settimane, ma la risposta ancora non arrivava.
Una mattina, mentre era sulla panchina con Marika, gli squillò il cellulare antiquato. Preoccupato, visto che era l'alba e che di solito non riceveva molte chiamate, rispose."Sì, sì, ok, va benissimo, a dopo, grazie mille, grazie!"
"Cos'è successo?" domandò Marika. "Hanno accettato il mio romanzo, l'editore vuole vedermi per il contratto, mi ha detto che ha passato la notte a leggerlo perchè non riusciva a staccarsene, ecco perchè ha chiamato a quest'ora!" rispose straripante di felicità Antonio.
"Ti amo, scusami ma dovevo dirtelo, perchè ti amo troppo, perchè ti amo dal primo giorno, perchè ti amo da VIVERE" esplose poco dopo il ragazzo. "Anche io, stavo aspettando questo momento da non sai quanto" sussurrò timidamente la donna prima di abbandonarsi in un passionale bacio.
Pochi giorni dopo il romanzo fu messo in stampa e Antonio dovette far leggere la bozza a Marika che continuava a torturarlo. La mattina dopo, sempre nella stessa zona di bosco, vicino alla panchina leggermente arrugginita, mentre il giovane aspettava la fidanzata seduto, ella arrivò in lacrime: "Ma il romanzo che hai scritto è la nostra storia, solo il finale è inventato!" ansimò. "Ti sbagli amore, non è inventato, mi vuoi sposare?" Antonio era in ginocchio davanti a lei su le prime foglie secche che stavano iniziando a posarsi per terra.
"Oddio Antonio, Oh mio Dio! Certo che ti voglio sposare, Non posso crederci, io ti amo così tanto, è un sogno, ti prego sposiamoci al più presto, ci saremo solo noi due e qualche parente stretto, nessun altro"
Neanche una settimana dopo, quella zona sperduta in quel boschetto, vicino ad una vecchia panchina di ferro, leggermente arrugginita, si svolgeva un matrimonio, quello tra uno scrittore e una sognatrice, quello tra due sognatori, il cui sogno comune, quello di sposarsi, si stava avverando proprio in quegli attimi.
CARLO BISECCO (Naufrago in quel maledetto mare di pensieri)

Superate le 2300 visualizzazioni! Grazie!!!

lunedì 24 giugno 2013

Mi chiedo ancora perchè le nostre ricche conversazioni siano divenute così sterili, aride più di un deserto...
Mi rinchiudo nel mondo dei libri e della musica per sfuggira a una vita di solitudine.

venerdì 21 giugno 2013

Un ragazzo



Era un ragazzo a cui piaceva fissare la luna nelle limpide notti di primavera. Un ragazzo che adorava perdersi tra le innumerevoli stelle che adornavano una parete scura con linee immaginarie capaci di creare qualsiasi immagine. Era un ragazzo silenzioso, un ragazzo a cui non piaceva parlare di sé, ma che se trovava la persona giusta le raccontava ogni cosa fin nel più minimo dettaglio. Era un ragazzo che aveva un’immensa voglia d’amare. Ma ciò non gli era permesso. Per chissà quale motivo nessuno sembrava capace di donargli amore. Nessuno voleva il suo amore. Tutto ciò allargò i silenzi del ragazzo, le catene che lo tenevano stretto si attorcigliavano sempre più. Poi un giorno, casualmente, o forse grazie al destino, scoprì una grande passione, la scrittura, l’unica cosa capace realmente di colmare il vuoto che le persone e l’affetto negato avevano portato nella sua vita. Scrivere. Eppure l’aveva sempre trovata un’azione noiosa, qualcosa che fanno solo i vecchi o i depressi. Non sapeva che scrivere sarebbe diventata la sua vita.
-Carlo Bisecco

Quel viaggio maledetto

Riuscì a percorrere solo pochi metri prima che un proiettile forasse la ruota posteriore. In preda allo spavento -era la prima volta che temeva per la sua vita- abbandonò il suo Hummer e iniziò a correre, si intrufolò in un vicolo stretto e buio dove si affacciavano alcuni portoni, provò a bussare ma nessuno gli aprì. Continuò la sua corsa braccato dai quei cani rabbiosi che continuavano a sparare mancando il bersaglio. Finalmente arrivò su una strada principale, a pochi metri c'era un locale notturno. Corse lì e chiese di andare in bagno. Non ne aveva bisogno, era solo per nascondersi procurandosi tempo per riflettere. Capì che tra non molto sarebbe stato raggiunto da quegli uomini che avrebbero chiesto informazioni al barista che avrebbe indicato loro dove si era nascosto. Notò che c'era una finestrella, era abbastanza stretta e alta. Sarebbe riuscito a scappare da lì? Ci provò: scardinò la finestra, non ci passava, era troppo stretta, ci sarebbero bastati altri trenta centimetri e sarebbe stato liberò. Prese uno sgabello che c'era lì dentro e iniziò a colpire quella parete resa fragile a causa del marciume e delle numerose crepe già presenti. Dopo alcuni minuti riuscì ad allargare il varco della finestra. Uscì. Si ritrovò in un parcheggiò dove erano depositate alcune auto. Si avvicinò a quella più veloce, ruppe il vetro e dopo vari tentativi riuscì ad accenderla e cominciò a scappare nuovamente.

Carlo Bisecco

Quel viaggio maledetto

Intorno alle 11 della stessa sera si recò nel luogo prestabilito, parcheggiò e rimase in attesa. Di lì a poco iniziarono a vedersi dal fondo della strada alcune sagome. Passarono sotto un lampione che emanava una luce tremolante poco prima di fulminarsi. Riuscì a vederli: erano quattro ragazzi, avranno avuto al massimo 25 anni, abiti larghi, sporchi e logori. Ce ne era uno, il più bassino che sembrava fosse il capo clan: pelle olivastra, pizzetto, un cappellino con visiera portato di lato, pantaloni scalati, una catena a mo' di cintura. Si fecero avanti, superarono l' Hummer e si fermarono. Da un vicolo laterale stava giungendo un altro clan, questi erano di più, saranno stati una decina, stesse espressioni minacciose. L'uomo, ancora nell'auto, evidentemente non era stato notato, e aveva capito che sarebbe stato meglio per lui che quelli continuassero a ignorarlo. I due capo clan si avvicinarono, dissero qualcosa che Richard non riuscì a capire a causa della lontananza. Rimase nel buio attendendo lo scontro. Dopo attimi di incertezza notò che i due gruppi si stavano avvicinando alla sua auto. Cercò di nascondersi dietro il volante. Il leader bassino a quel punto avvicinò la mano ai calzoni e lentamente estrasse qualcosa: una pistola calibro 22. Spaventato, Richard accese il motore e pigiò con tutta la forza l'accelleratore....

Carlo Bisecco

Quel viaggio maledetto

Questo sarà un viaggio tranquillo, o almeno spero.
ho passato dieci ore in macchina, dieci ore cullato dall'aria condizionata, senza trovare traffico.
Adoro la città, adoro questo stato, adoro loro cultura. Il Texas. Un posto magnifico, dove poter girare con l'Hummer senza aver paura di bloccarsi dentro vicoli stretti, dove la gente é cordiale ed amabile....
-No!
Tuonò Richard, guardando Jack, il suo Bagle, mentre stracciava la carta.
- La loro cultura? Sono una massa di Cowboy razzisti, scortesi e vanno in giro armati!
Era stressato. Doveva scrivere l'ultimo articolo della sua carriera su quella rivista, "scoop night" per poter passar finalmente al giornale nazionale, ma non aveva proprio idee. Quindi, tequila in una mano, e telefono nell'altra, iniziò a comporre un numero. Nel mentre, si guardò allo specchio. Quarant'anni portati malissimo, rughe scavate, occhi marroni anonimi e capelli neri, pochi e corti, tutto accompagnato da 195 centimetri di altezza per cento chili, la maggior parte causati dalle bevute notturne.
- Pronto? Jerry? Sono Richard. Ascolta non voglio scrivere bene del Texas, che mi rappresenta? É un posto di merda, persino il cado che fa qui puzza di merda.
una voce rauca rispose in modo pacato.
-Richard, dobbiamo farlo. Anzi devi. Questa sera sulla 42esima di El Pas, ci sarà un combattimento quasi clandestino. Farai un reportage.
ed il telefono divenne muto, senza dare il tempo di chiedere il significato di quasi.

Marcello Mariano
Ieri ho scoperto un sito dove si può collaborare con altre persone per scrivere una storia. si chiama 20lin.es .
Ora sto partecipando a un racconto noir. è stato iniziato da un'altra persona, io la sto continuando. Ve la pubblicherò passo passo.

giovedì 20 giugno 2013

Chi vince in amore?

Io credo che in amore vinca chi non ha paura di amare; chi nonostante sappia cosa potrebbe accadere e nonostante abbia già sofferto, non smette mai di provarci; chi in silenzio continua ad amare anche dopo un rifiuto; chi non acceta la sconfitta e ama con tutto se stesso; chi è convinto che amare è qualcosa di più importante si essere amato.
-Carlo Bisecco

mercoledì 19 giugno 2013

domenica 16 giugno 2013

Onorare la memoria

Bisogna sempre onorare la memoria delle persone, anche e soprattuttovquando non ci sono più.

sabato 15 giugno 2013



Giorno dopo giorno mi rendo conto che la mia non è vita ma esistenza. Ma io voglio VIVERE, non esistere. Non voglio più queste catene che mi opprimono, non voglio più essere rinchiuso tra le sbarre della mia mente. Voglio solo VIVERE!

giovedì 13 giugno 2013

Il sesso è l'unione di due corpi, l'amore è l'unione di due anime.
-Carlo Bisecco

mercoledì 12 giugno 2013

Il piccolo minatore



IL PICCOLO MINATORE
Piccole mani
Tra la polvere
Scavano lente
Nella miniera
Fredda e buia,
nasce tristezza
dai cupi canti
d’un ragazzino,
il minatore,
maturato già,
il fumo copre
la sensazione di fame ma la
solitudine resta dolente,
nell’aria brucia
la fiamma d’una
candela sola
danzante sotto
sottile vento
impregnato di
viva povertà,
tra le pietre va,
s’incanala lì,
in galleria
dove scava lo
sfruttato pupo
che stanco cessa
di vivere la
vita, l’incubo
d’una nottata.
Carlo Bisecco, Poesia contro lo sfruttamento minorile
(ho preso spunto dalla novella Rosso Malpelo di G. Verga)

lunedì 10 giugno 2013

Una volta ero una persona diversa, ero davvero me stesso e ciò mi portava ad avere pochi amici. Poi decisi di cambiare, non so il perchè, così mi ritrovai in un gruppo più grande con cui si usciva i pomeriggi, si facevano tante cavolate come suonare i campanelli e scappare. Un giorno poi cambiò tutto, loro erano cambiati, ma io ero rimasto ciò che ormai ero diventato, così rimasi fuori dal gruppo. Quasi quotidianamente mi sento solo, non ho più amici con cui uscire, andare a vedere un film o fare stupidaggini, quando ero me stesso non mi sentivo mai solo, ora invece è diventata una sensazione cronica che non riesco a curare, forse vorrei solo a tornare quello di una volta, con quei pochi amici, ma buoni, quello che non si sentiva mai solo anche quando lo era...

sabato 8 giugno 2013

Buonasera a tutti, ho deciso di aprire un indirizzo email per il blog dove potrete contattarmi per richieste o per qualsiasi cosa.
l'indirizzo è unmaredipensieri@gmail.com
Questo è il 200esimo post di questo blog!
Grazie a chi ancora mi legge, anche se magari solo sporadicamente! grazie di cuore!
Finalmente, finita la scuola, avrò del tempo per dedicarmi a un mio vecchio progetto che con l'impegno richiesto dal liceo avevo dovuto mettere da parte, chissà cosa ne verrà fuori!
-Carlo
Abbiamo superato le 2100 visualizzazioni!!!!!

Amare con tutto il corpo



Io non credo alle persone che dicono “Un po’ la amo”. Come si fa ad amare “un po’”?
Quando si ama o si ama o non si ama, non è possibile amare “un po’”!
Se si ama una persona la si ama con tutto se stesso, la si ama con tutto il corpo, non solo con il cuore, la si ama anche con la testa con cui si decide ogni giorno di amare quella persona, la si ama con gli occhi che brillano al solo pensiero della persona che si ama, la si ama con le mani che scorrono veloci tra i capelli e delicate sfiorano il collo per accarezzare poi la dolcezza sulle labbra, la si ama con i piedi che si intrecciano come catene sotto le coperte, la si ama con lo stomaco che va in subbuglio al solo sentire il suo nome, la si ama con il cuore che con lei smette di battere per avere un continuo tremito, la si ama con l’anima che si fonde con la sua in un abbraccio indissolubile, che va oltre il tempo, oltre i litigi, addirittura oltre la morte, ma solo se la si ama davvero, solo se la si ama con tutto il corpo.