Sono disperso in pensieri infiniti, infiniti come quella distesa di mare in cui sono naufragato.
sabato 19 luglio 2014
Femmina
Femmina,
che mai potrai
esser donna.
Femmina,
che amor carnale
sol conosci.
Femmina,
che passato non hai,
nè futuro, nè presente.
Femmina,
che indomabile
cuor ti comanda.
Femmina,
che un giorno
nella tua fama,
rimpiangerai
di non esser stata
donna.
Naufrago in quel maledetto mare di pensieri.
venerdì 18 luglio 2014
Quest'anno a scuola il mio professore di italiano, mentre spiegava la poesia cortese, ci ha ripetuto più volte che l'amore è tale solo nel momento in cui è condiviso dalle due persone e non anche quando una persona è innamorata follemente, no, quello non è amore.
In quei momenti, con occhi da preda di un amore feroce ripetevo tra me che ciò non era vero, ci credevo davvero, credevo davvero nell'amore.
Ora invece, con la situazione che sto vivendo, capisco quanto sia terribilmente vera quella frase, "L'amore non esiste se non è provato dalle due persone".
È un'illusione, solo una stupida illusione capace di creare false aspettative enormi, ma che proprio per questo fanno soffrire di più.
Ho capito che l'amore, se non viene confessato, non diventa mai amore ma resta sempre e solo paura, paura di qualcosa più grande di noi, di qualcosa che non possiamo controllare, di qualcosa che ci può uccidere un attimo dopo una grande gioia.
Gridatelo il vostro amore al mondo! Gridate il suo nome in mezzo alla folla, gridatelo al vento, alla luna!
Ma non dimenticate mai di sussurrarlo all'anima che amate, sarebbe il vostro più grande errore.
Il mio stesso errore.
martedì 15 luglio 2014
Dicono che queste siano cose che succedono alla nostra età, tutti la prendono alla leggera come se gli amori adolescenziali fossero solo storielle che una volta finite neanche dovrebbero far soffrire.
Invece non è così, questi amori così pieni, così importanti, così presenti nella nostra giovinezza, quando finiscono, sanno far davvero molto male e lasciano cicatrici che mai scompariranno davvero.
Stiamo prendendo due strade diverse, io non so più cosa provo realmente: amore, rabbia, incertezza, voglia, mancanza.
Sono finito in un ciclone di emozioni discordanti, tra caldo e freddo, tra amore e dolore.
Tra te e me.
lunedì 14 luglio 2014
L'anno scorso ritrovai una specie di poesia che avevo scritto forse in seconda elementare, in più qualche giorno fa mia mamma mi ha raccontato che quando ero all'asilo - io non me ne ricordo - odiavo disegnare, ma preferivo scrivere, così quando ho iniziato la scuola ero felice di poter scrivere per molto e disegnare meno.
La scrittura ha sempre fatto parte della mia vita, continua a farne parte, e continuerà per sempre ad essere una presenza importante dentro di me
giovedì 26 giugno 2014
Fuga dall'omologazione
Sotto la pioggia
di giugno
muovo i miei passi
disordinatamente
sulla strada
senza meta,
spogliato d'ogni
mia convinzione.
Cammino,
silenzioso piango,
intorno a me
solo ombre danzano
col volto coperto
da maschere
senza identità.
Si avvicinano,
le loro braccia
verso di me tendono,
vogliono prendermi,
trasformarmi come loro
cancellando la mia storia,
il mio nome.
Corro
tra mani gelide che
mi stringono,
mi strozzano quasi,
a respirare non riesco,
vedo il buio
posarsi intorno
mentre la pioggia cade
più intensamente.
Inciampo
e resto a terra,
mentre vengo calpestato
senza compassione,
senza identità.
Urlo il mio nome.
Carlo Bisecco of Naufrago in quel maledetto mare di pensieri.
sabato 19 aprile 2014
Ho voglia di nutrirmi solo delle tue carni, di respirare solo il tuo profumo, di percepire solo il calore del tuo corpo accanto al mio.
Ho voglia di sentire costantemente solo la tua voce che canticchia allegra qualche canzone.
Ho voglia di viverti fino in fondo, di viverti tutta, di vivere la tua gioia e il tuo dolore.
Ho voglia di restare a guardarti al tuo risveglio, di restare a guardarti mentre ti addormenti, di restare a guardarti mentre prima di uscire ti sistemi il trucco come se la tua vera bellezza fosse data solo da quello.
Ho voglia di averti con me, non voglio che tu sia mia, perchè come me anche te sei un'anima libera che non deve appartenere a nessuno, noi saremo solo due sognatori che scorazzano liberi mano nella mano sulla stessa strada di terra battuta scalciando i ciottoli che incontreremo.
Ho voglia di ballare con te in mezzo alla strada, anche sotto la pioggia, perchè anche una giornata buia può tornare a risplendere se noi siamo felici.
Voglio la te più vera, non quella che si nasconde dietro ad una maschera perchè ormai la società è così, voglio quella che c'è dietro a quella maschera, perchè io solo la te più nuda, sincera, posso amare.
Ti voglio, ma non so dirtelo.
Naufrago in quel maledetto mare di pensieri.
venerdì 18 aprile 2014
Se davvero questa volta non sono stato capace di capire la più profonda realtà su questa persona?
Se davvero questa volta l'amore mi ha offuscato la vista impedendomi di vedere coscienziosamente e capire davvero che genere di persona è?
Ho paura di questa cosa, sì, perchè una delle poche certezze che ho sempre avuto, è stato il fatto di saper percepire subito se di una persona mi sarei potuto fidare, se quella persona fosse sincera o basasse la sua apparenza su falsità.
E se ora non sono più capace neanche di far questo?
Come potrò difendermi da questo mondo pieno di ombre pronte a pugnalarti mentre ti abbracciano?
Come potrò fidarmi di qualcuno, io che dietro una grande forza nascondo anche una resistente fragilità?
Ho il bisogno di sapere, di sapere se davvero mi sono sbagliato, se davvero ho perso la capacità di classificare le persone in base alle loro intenzioni.
Ne ho bisogno perchè se davvero sono così esposto ai rischi del mondo, dovrò trovare al più presto un modo per difendermi, per riuscire a non farmi calpestare, per riuscire a non sparire.
Naufrago in quel maledetto mare di pensieri.
Da un momento all'altro passo dall'essere estremamente felice al non provare nulla o al provare rabbia, tristezza, rancore.
Non sempre ciò è dovuto a qualche persona, ma avviene così per caso e ci vanno di mezzo tutti, primo tra tutti io stesso.
Non so se questo vuol dire che sono troppo fragile o instabile nell'animo, ma so che non voglio più che queste cose accadano, non è giusto, gli altri non se lo meritano.
Io non me lo merito.
Ogni suo sorriso è per me motivo di gioia, portatore di voglia di vivere.
Ci sono dentro del tutto, ci sono inciampato in questo amore, ma mai una caduta è stata per me così positiva, importante, unica.
Sono felice ogni giorno di una felicità nuova che mi sta cambiando davvero in una maniera sorprendente.
Questa felicità mi piace proprio tanto, e l'unica cosa che vorrei sarebbe poter essere felice per sempre anche se so che questo non è possibile, ma in fondo sognare non costa nulla.
domenica 23 marzo 2014
L'amore ha proprio una forza intrinseca ed imbattibile dentro sè, non lo puoi ignorare l'amore.
E poi sei arrivata tu, che hai sfondato quel muro di dolore, che mi hai ridonato la possibilità di apprezzare il soffio della brezza sulla pelle la sera.
Sei stata la mia rinascita dopo un'atroce morte interiore, un ultimo appiglio durante la caduta libera in un burrone il cui fondo era soltanto nero.
Non essere la mia nuova morte, potrebbe essere quella definitiva, non ce la farei a rinascere, non ne avrei le forze perchè se ora sono qui è perchè la mia forza è stata la tua presenza.
domenica 2 marzo 2014
Sul dolore

Ci ho riflettuto a lungo, abbandonando ogni altro pensiero, ma tutto ciò non basta per definire realmente il dolore, per riuscire a spiegare una sensazione così comune tra le persone ed uguale tra tutti, seppur diversa in ognuno di noi.
È qualcosa di troppo grande, sperare di capire davvero fino in fondo un aspetto così notevole della vita è irrazionale, neanche se spinti dalla più grande ambizione di sapere si può realmente comprendere il dolore.
Tuttavia sono riuscito a giungere almeno ad una conclusione, a dare risposta ad uno dei più grandi interrogativi che mi assillano e che spesso mi tormentano la notte senza lasciarmi dormire.
C’è un limite al dolore?
Ebbene sì, è innegabile. Tutto ha un inizio ed una fine anche se magari mascherati, è la scienza esatta della vita: siamo nati dal niente, ci siamo evoluti, siamo cresciuti non solo esteriormente e viviamo un lasso di tempo determinato chissà da chi o da cosa per poi tornare ad essere nulla, perché anche un mucchietto di polvere con una leggera brezza si disperde.
Qual è il limite di ogni dolore?
Non ce ne è uno determinato universalmente, ma è unico per ogni individuo, perché la vita di ogni individuo è diversa da quella di un suo simile.
Nonostante ciò, esiste un elemento che accomuna ogni confine del dolore: gli effetti che quel filo spinato ha dentro ogni anima.
Una volta raggiunta la massima soglia del dolore, qualunque altro sarà sempre inferiore, più leggero, ci influenzerà di meno rispetto a quello, riuscirà a lasciarci incapaci di esprimere queste nuove sofferenze perché la più grande è già stata vissuta e trascritta indelebilmente in uno straccio del nostro io.
Il dolore più forte non sempre coincide con l’evento più grave che si può subire e che può cambiare per sempre la nostra quotidianità, il dolore più forte è l’unico capace di innescare nel cuore un meccanismo di autodistruzione per cercare di nascondere quel parassita che ci annienta.
Il dolore più forte è quello che cancella per sempre le lacrime dagli occhi, anche quando quel pianto sembra necessario e viene profondamente ricercato.
Naufrago in quel maledetto mare di pensieri.
lunedì 27 gennaio 2014
Calde lacrime su un gelido terreno di morte. 27gennaio1945
Quando i soldati sono venuti a prenderci a casa, ordinando a mamma di preparare la valigia, pensavo che tutto questo fosse un gioco, o meglio, credevo che saremmo partiti per una vacanza che sarebbe rimasta indimenticabile.
Scendendo le scale scortati dai funzionari delle SS ho visto anche Davide, il mio amico che abitava nell'appartamento sotto al nostro, e allora ero ancora più felice perchè sapevo che non mi sarei annoiato insieme a lui.
Ci hanno portati alla stazione e ci hanno fatti entrare in alcuni vagoni per il trasporto animali dove eravamo ammassati in una maniera terribile, in condizioni che non vengono riservate neanche alle peggiori bestie, ma tuttavia, con lo sguardo ottimista e fantasioso di un bambino di otto anni, pensavo che anche quello facesse parte dell'avventura che stavamo intraprendendo. Non potevo immaginare che da un momento all'altro la cruda realtà sarebbe venuta a bussare alla porta della mia giovinezza per portarmi in un mondo di orrore, di dolore, di straziante esistenza; esistenza, perchè non si sarebbe potuto definire "vita" quel terribile periodo.
Dopo due giorni di viaggio siamo arrivati in un luogo dalle temperature impossibili, che sicuramente rasentavano lo zero come sottolineato dalla presenza della neve.
Ci fermammo davanti ad un grande cancello su cui campeggiava una grande scritta a lettere cubitali: "HARBEIT MACHT FREI", il lavoro rende liberi.
Superato quel muro di cinta che separava la normale vita da un inferno sulla Terra, il cancello venne richiuso dietro di noi, le Gestapo ci suddivisero in gruppi e fummo portati in delle costruzioni così misere, pericolanti, che sembravano delle capanne primitive, forse il primo abbozzo di un villaggio, il primo segno di una civiltà, una civiltà che nello stesso luogo era destinata ad essere annientata.
Anche noi più piccoli non ci impiegammo molto a percepire l'ostilità di quel luogo e fui quindi costretto a ricredermi sulla fantastica vacanza che in quel momento si trasormava invece in un terribile incubo.
Ci diedero delle divise luride, maleodoranti, consunte e sicuramente non sufficientemente pesanti per proteggerci da quell'inverno così tagliente.
Ci misero a lavorare, noi bambini compresi.
Dovevamo lavorare e non potevamo neanche scambiare una parola, non potevamo neanche liberare una innocua risata in quella terra di desolazione.
Ogni tanto nelle capanne venivano dei funzionari tedesche che prendevano alcune persone e le portavano in una capanna più grande e più lontana dalle altre a cui non ci era permesso avvicinarci.
Papà è stato uno dei primi ad essere portato lì e a non tornare, come è successo poi anche con mamma ed Ester, la mia sorella maggiore.
Nessuno sapeva che fine facessero tutte quelle persone, o almeno nessuno ce lo diceva, nessuno rispondeva alla mia unica domanda: "Dove è la mia famiglia?".
I giorni sono passati tutti monotonamente, tante ore al lavoro con il freddo che si posava su di noi e che faceva addormentare molte persone senza che si risvegliassero più.
Ogni tanto arrivavano nuovi treni con altre persone, tutti Ebrei, e nello stesso giorno scomparivano come era scomparsa la mia famiglia tanto Ebrei quanti ne erano arrivati.
Non è passato giorno in cui non abbia pensato a dove potessero essere andati tutti coloro che erano scomparsi, cosa succedesse in quella grande capanna sul cui tetto si arrampicava un uomo con un camice bianco ed un barattolo di cui versava il contenuto attraverso una piccola apertura che richiudeva velocemente dopo averlo svuotato.
Da quella porta passavano persone in piedi ed uscivano grandi sacchi pieni di chissà cosa che venivano poi gettati in una grande buca.
Ho provato ad entrare ma un soldato mi ha bloccato, mi ha stretto il braccio, ha letto il numero che mi hanno inciso sul braccio sinistro quando siamo arrivati, ha controllato un foglio di carta e ha detto che non dovevo essere lì, dovevo tornare subito a lavorare.
Per punizione mi diede un calcio nello stomaco con quegli stivaloni neri in cuoio dalla punta dura.
Mi accasciai a terra ma capii il mio errore, così tornai a lavorare e non provai più a scoprire cosa avvenisse in quella baracca.
Una notte mentre dormivamo fummo tutti svegliati da un gran fracasso, urla e spari.
Deve esserci stato uno scontro, una battaglia. Io volevo andare a vedere, mi sono sempre piaciute le guerre, ma Elena, una donna che dorme a qualche letto dal mio, me lo ha impedito.
Era la mattina del 27 gennaio 1945, il giorno della Liberazione.
Un soldato con una divisa molto diversa da quella dei tedeschi sfondò la porta della nostra capanna e ci fece uscire urlando con accento sovietico che eravamo liberi.
Uscii di corsa e mi ritrovai in una grande massa di Ebrei che si accalcava al cancello per cercare di uscire da quella prigione a cielo aperto, ma io non volevo andarmene, non senza la mia famiglia.
Riuscii ad uscire da quella folla e presi a correre in direzione della grande baracca dove le persone entravano ma uscivano solo sacchi pesanti.
Appena entrato in quel posto misterioso, un soldato sovietico che aveva appena chiuso una porta interna mi chiese cosa stessi facendo lì, così scoppiai a piangere e iniziai a singhiozzare che cercavo la mia famiglia che era stata portata lì dentro ma non era mai tornata.
Si avvicinò a me, io cercai di proteggermi pronto a chissà quale violenza, ma lui semplicemente mi prese in braccio e mi strinse a sè senza dire niente, senza preoccuparsi delle mie lacrime che bagnavano la sua divisa perfettamente in ordine.
Quel soldato mi portò a casa sua e mi disse che da quel momento sarebbero stati loro la mia famiglia.
Qualche anno dopo mi hanno raccontanto tutta la verità, mi hanno spiegato cosa succedeva in quella baracca da cui uscivano tutti quei sacchi, e mi hanno anche detto cos'era che veniva versato da quel signore con il camice attraverso quell'apertura sul tetto.
Ormai sono passati tanti anni, quel bambino di otto anni è rimasto in quella prigione gelata, io sono un uomo diverso, eppure porto ancora i segni della mia vera identità, come questo codice tatuato sull'avambraccio sinistro.
Quel che è successo non si può cancellare, ma bisogna anzi fare di tutto perchè non si ripeta mai più nei secoli a venire una strage simile.
Tutti gli anni, il 27 gennaio, torno in quella mia prigione, mi avvicino alla capanna più lontana e resto lì davanti all'entrata per ore, in silenzio. E piango.
Mi chiedo se ci sarà un paradiso dopo quest'inferno vissuto qui durante la vita, mi chiedo se queste lacrime calde riusciranno a cancellare la neve che ricopre questo terreno di morte.
Resto in piedi per ore.
In silenzio.
E piango.
Naufrago in quel maledetto mare di pensieri.
mercoledì 22 gennaio 2014
martedì 14 gennaio 2014
domenica 12 gennaio 2014

Non so quando sarà il giorno in cui leggerai questa lettera, forse domani, forse tra dieci anni.
Non importa, tu la leggerai quando ne avrai bisogno.
La leggerai quando inizierai a non credere più nell’amore, o per lo meno nell’amore eterno, lo stesso in cui credevi quando veniva raccontato nelle tue fiabe preferite.
Chissà se scorrendo tra queste righe i tuoi occhi rivedranno le immagini di questa fredda sera sulle note della Traviata di Verdi.
Chissà se mentre le tue mani accarezzeranno la filigrana di questo foglio, tu ricorderai i sogni che giorno dopo giorno scrivevi con un indelebile inchiostro sul tuo cuore.
Chissà se sentirai un leggero profumo di boccioli di rose, come quello che si sente nell’aria prima dell’arrivo del primo freddo, quello che ti ha fatto innamorare di quella ragazza.
Forse se stai leggendo questa lettera è perché l’amore avrà perso per te quel tocco magico che ha sempre avuto, avrai forse subito una delusione così forte da portarti a non credere più in questo sentimento così maestoso, ed è proprio per questo che ti scrivo dal passato.
Ti scrivo per provare a convincerti del contrario, ossia che l’amore esiste, e che l’amore eterno non è solo quello delle favole, ma è presente nella vita di ogni giorno.
Forse non ricorderai i sentimenti che stavi provando mentre ti scrivo questa lettera, ma io te li posso riassumere, perché sappi che sono i migliori che esistano in questa vita.
L’amore ti ha tenuto a lungo sulle spine in uno stato di confusione in cui non capivi cosa ti stesse accadendo, ma poi un giorno una tua amica te lo ha spiegato, finalmente ti eri innamorato, e non come tutte le altre volte, quella volta era diverso, era un amore più vero, più profondo, più sincero.
Quella volta era un amore che ti faceva sentire vero come non mai, con un cuore che a stento si tratteneva dietro le costole per non uscire palpitante. Quella volta che ti faceva brillare davvero gli occhi, con luce nuova, scintillio mai così puro. Le tue mani mai hanno sudato così tanto e mai sono state sfregate in tal maniera tra di esse come in una strana danza di gioia.
Mai avresti creduto di essere così paziente, di poter aspettare così tanto per qualcosa che sembrava non arrivare mai, che pareva essere l’ennesima delusione d’amore, l’ennesimo amore non corrisposto.
Il dubbio ti ha divorato in quel periodo, non lo nego, ma proprio quel senso di mistero accresceva il tuo amore, le tue sensazioni, la tua voglia di lei, il tuo irrefrenabile desiderio di amare come non mai.
Chissà se ora magari starai iniziando a ricordare, chissà se ora leggendo queste righe ti sta spuntando un tenero sorriso o ti sta scendendo una lacrima calda direttamente dal cuore lacerato dal dolore.
Ma di una cosa sono certo, almeno un po’ ti avrò riportato a credere nell’amore, anche perché è impossibile che tu lo abbia iniziato a disprezzare, tu hai sempre amato l’amore e lo amerai sempre.
Tu hai sempre amato amare e continuerai a farlo, perché è la cosa più giusta da fare.